13a) Valla. Il bene non  l'onest, ma il piacere.
L'uomo non desidera l'onest e la virt, ma il piacer, cio Dio,
che  anche la fonte di ogni piaceree. La questione  che bisogna
scegliere fra il piacere su questa terra e quello nei cieli, visto
che chi cerca l'uno non pu avere l'altro.
L. Valla, Del vero e falso bene (pagina 6).

Ma vedete quanto dobbiamo aver caro, quanto dobbiamo amare Iddio.
Infatti tutte le cose che si amano si amano per due ragioni: o
perch portano gioia, come le cose che vediamo, udiamo eccetera, o
perch ricevono la gioia, come l'occhio che  fatto per avere
diletto guardando il colore, e gli altri sensi. Queste cose sono
ambedue necessarie, poich il colore sarebbe inutile se non fosse
ricevuto dagli  occhi, e gli occhi nelle tenebre  come se fossero
ciechi (n so quale delle due sia pi importante), ma non possono
mai essere insieme in una cosa sola. Ci che si vede non  quello
che vede, n quello che vede  la stessa cosa che  veduta. Parlo
degli occhi di una sola persona non di quelli di due che si
guardano tra loro. Queste due cose sono insieme in Dio, il quale
ci cre dal nulla, capaci di fruire dei beni, onde dobbiamo amarlo
pi che noi stessi, e ci forn questi beni medesimi. Dio stesso 
questi beni, ma vi si distingue per una certa propriet, poich la
nostra beatitudine non  Dio stesso ma discende da Dio, come la
gioia che provo nel vedere uno splendore o nel sentire una voce
soave non  la stessa cosa che lo splendore o la voce, ma queste
cose, offerte ai miei sensi, fanno s che io goda. Cos la
beatitudine stessa si genera dalla visione e dalla nozione di Dio.
Bisogna notare pure che sebbene io dica che il piacere o diletto 
il solo bene, non amo tuttavia il piacere ma Dio. Il piacere
stesso  amore, poich Dio fa il piacere. Ricevendo ama, ricevuto
 amato; l'amare stesso  diletto, o piacere o beatitudine o
felicit o carit, che  il fine ultimo e in relazione al quale ci
sono le altre cose. Onde non sono d'accordo che si dica che Dio
deve essere amato per se stesso, quasi l'amore stesso sia in vista
di un fine e non sia piuttosto esso stesso fine. Meglio si direbbe
che Dio  amato non come causa finale ma efficiente, sebbene siamo
soliti, quando parliamo della causa efficiente, fare menzione di
essa nominativamente, come: ti amo per la tua umanit, per la tua
facondia, per la tua bellezza. D'altra parte nei libri sacri non
troviamo che Dio debba essere amato per se stesso, ma solo che
deve essere amato: onde appare che coloro i quali parlano cos
parlano piuttosto alla maniera dei filosofi che dei teologi.
Qualcuno forse mi opporr, perch ho detto che riceve ed 
ricevuto, che l'una cosa e l'altra  necessaria e l'una senza
l'altra vana, dunque perci non  nemmeno buona. Che? direbbe; se
non sar ricevuto dall'occhio la luce non sar buona? Non  buona
ogni creatura di Dio? Eppure  detto: e Dio vide che erano molto
buone. Tanto che persino nei demoni e nei dannati c' qualcosa di
buono, per il fatto stesso che sono ed hanno in tal modo una
condizione migliore che se non fossero affatto. Per rispondere a
questo critico io spiego che tutte le cose sono state create da
Dio, sapientissimamente e con somma prudenza, e che perci si
chiamano beni: tuttavia le cose che sono prive di sensibilit non
sono state create per s ma per quelle che sono fornite di
sensibilit. Che importa infatti, alle cose inanimate, che cosa
siano? Che ha infatti il diamante pi del carbone? che ha di pi
se splenda su un anello o resti imbrattato nella polvere? Anzi
addirittura, che importa ad esse se siano o non siano? Io certo
non preferirei essere una pietra al non essere affatto. Tutte le
cose inanimate sono create dunque per quelle che hanno anima e
sensibilit, ossia per il loro bene. E cos altro  essere, altro
essere bene; quello  della sostanza, questo della qualit.
D'altronde nessuna cosa animata  da ritenere che abbia il bene
quando sente dolore e molestia: dunque il suo bene sar il senso
del godimento. Per cui Dio fece bene le creature, per il bene dei
giusti e per il male degli iniqui. E per questo  scritto che Dio
crea il male. La luce, dunque, per coloro che non vedono non  n
buona n cattiva, per quelli che vedono,  in vari modi, poich
offende e lenisce la vista, come il calore il quale nelle sue
varie forme emana dal fuoco. Infatti il calore brucia e riscalda:
 male per coloro che brucia, bene per coloro che riscalda...
... Cos ho confutato o condannato la dottrina sia degli Epicurei
che degli Stoici, ed ho mostrato che n presso gli uni n presso
gli altri, e addirittura presso nessuno dei filosofi c' il bene
sommo o desiderabile, ma piuttosto nella nostra religione, da
raggiungersi non in terra ma nei cieli.
Grande Antologia Filosofica, Marzorati, Milano, 1964, volume
sesto, pagine 929-931.
